sabato 5 novembre 2011

Il libro del Re


Ho conosciuto un Re, autoeletto dall'infanzia. Re di un mondo onirico e di un particolare stato di veglia.
Ho letto il suo libro "Canto del Capro", ovvero Tragedia.
Qui, dal mio spazio virtuale ribattezzo quel libro "Canto della Vita": ché la tragedia è una variante incontrollata e mai cercata del vivere.

S'incontra una persona nella vita, che suo malgrado è la chiave di volta, motore di crescita e stella polare di un cammino che porterà a spogliarci dei nostri abiti regali e delle sovrastrutture di cui la società ci grava, ritrovandoci ad essere uomo tra gli uomini nella superficie di un pianeta: che quella fondamentale persona ti sia o meno accanto diviene un dettaglio. Se non l'avete mai incontrata non avete vissuto veramente, o non avete amato...

Ho conosciuto un Re della scrittura, che gli appartiene come estensione della sua mano. Si chiama Stefano, come me: dal greco Stephanos, corona, quindi "incoronato", la corona è l'emblema della regalità, della grandezza anche interiore: per l'appunto.

Riporto integralmente, di seguito, una lettera privata che ho deciso, di comune accordo con il destinatario, di rendere pubblica. Vi descrivo le mie impressioni sul libro: una lettera dal lettore allo scrittore, da amico ad amico.


Ecco la lettera:

Ciao Stefano.

Come promesso butto giù le mie impressioni (non a caldo) sul tuo libro. Lo faccio a due mesi dalla lettura e in questo momento senza averlo sotto mano, quindi mi affido unicamente alla memoria di quel che mi ha lasciato:


Se penso all’opera lo faccio pensando al libro dell’amore per eccellenza. Il tuo certo, ma riconoscibile universalmente in quello di ognuno, o meglio, di chi lo ha analogamente sperimentato. Non è solo questo, ma macroscopicamente questo è quello che mi rimane in prima battuta: raramente, anzi, quasi in nessuna opera letta prima, ho visto descritto l’amore in tutti i suoi aspetti e nel suo divenire come hai saputo fare e, prima ancora, vivere.

L’Amore con la a maiuscola: quello dell’approccio, della speranza nell’interpretazione soggettiva dei fatti, della sopravvalutazione, del superamento del desiderio della carne (in realtà indicativamente mai molto presente), della delusione, dello smascheramento naturale dei limiti dell’umana condizione dell’altro e tuttavia (ed è qui quel che fa la differenza) l’Amore del mantenimento intatto, della tensione del sentimento nel tempo e nonostante tutto, nonostante il vivere nel non vivere, il non consumare, quasi fosse, ogni tappa di questa storia, una prova che ne consolidasse di volta in volta l’effettiva grandiosità e purezza. Come fosse un percorso tortuoso che ne certificasse la magnificenza a dispetto di ogni cosa.

Quanto è più difficile amare in questa condizione estrema? Quanto più semplice, ma al tempo stesso meno provato, meno verificato, un sentimento ricambiato?

In una mia poesia (mi autocito, consentimelo in nome dell’amicizia che è nata tra noi) affermo “che se chijama amore anchi si è solo uno che ama…” e “che na vòlda se ama… e pu se ricama…” (quest’ultima presa in prestito da Busi). Ecco: nel tuo libro si avverte netta l’unicità dell’evento pur citando altre storie più o meno importanti che, anzi, divengono i contraltari che innalzano la prima. Si afferma così l’amore di uno che diviene Amore.

Amore e tragedia certo, perché nella grandiosità del primo si consuma la drammaticità della seconda, in questo caso due facce della stessa medaglia. L’Amore è estremo, senza mezze misure. E’ la sua forza anche nella sua veste più nera e anche in questa, nel viverlo, vale una vita. Non c’è nulla di più drammatico, in un amore tra due persone, della non corrispondenza in presenza di un fenomeno così unico della propria esistenza. E non si sceglie volontariamente di indirizzare proprio a quella persona, piuttosto che ad un’altra, il proprio prezioso dono se non in casi di autolesionismo.

Preso atto dello stato dei fatti, non rimane che accettare le conseguenze e incanalare un così ingente quantitativo di pura energia, oramai incontenibile, nelle pagine di un libro. Nel libro si trasferisce così quell’Amore: ne diviene il contenitore, il santuario, il testimone eterno attraverso il quale può rivivere il sentimento per eccellenza. Rivive ogni volta che viene sfogliata una sua pagina, indipendentemente da chi sia il lettore, e consente allo scrittore di provare un piccolo sollievo e di pensare di superare, forse dimenticare… Tuttavia il libro non risolve: imbriglia, canalizza, esorcizza, ma diviene parte integrante del suo scrittore, che non può pensare di gettare la sua opera e con lei il suo contenuto, ammesso che abbia mai pensato di farlo. Il libro diviene lo scrittore stesso, la sua vita. La vita di chi lo ha concepito non si può separare da quelle pagine che divengono così biografia.

Il suo Amore è la sua vera biografia, il suo vero lascito, il suo vero cantico, la sua tragedia. Il suo Amore al di là di ogni altro episodio della sua vita, di ogni esperienza, conoscenza, di ogni passaggio in cui si mette crudamente a nudo nel pensiero, nella debolezza, nella fragilità. L’Amore insieme a lui, con il tempo matura, si trasforma, evolve, si consapevolizza, ma non viene mai meno la sua essenza che rimane inalterata.

Nel suo cammino, l’Amore, ricalca il percorso della maturità della vita, la quale non può più prescindere da lui nel rapportarsi al mondo: diviene la lente attraverso la quale si posa ogni sguardo, diurno e notturno.

E con la maturazione dell’Amore e dunque della vita, vengono meno le sovrastrutture, le illusioni, lo sguardo si amplia: non è un caso che la religione declina d’importanza a vantaggio di una spiritualità che nel tempo è capace di apprezzare maggiormente il volto della natura. Ed è, a mio avviso, l’Amore il motore del cambiamento (mi sono appena accorto di aver sfiorato una citazione dantesca).

La seconda cosa che mi ha lasciato il libro (ora scrivo da casa con il volume davanti) è il rapporto con tuo padre: commovente la sua lettera a te fanciullo e come ne parli, come lo descrivi. L’affetto travalica le pagine e non a caso la dedica iniziale del libro è per lui: “alla memoria del mio grande padre”. E’ una variante dell’Amore che tende in questo senso a completare l’opera.

Fin qui il macroscopico, poi, come ho già detto il libro è altro: è un percorso di vita, visto il tempo preso in esame, con una semi biografia in sottofondo, perché poi il fuoco della lente è quasi sempre catalizzato da Marco, a volte fino all’eccesso e l’autobiografia si frammenta fino a divenire accessoria.

La persona di Marco viene quasi smantellata nella seconda parte del libro, finendo per risultare in realtà semplicemente umanizzata, dopo averla lungamente esaltata, giustificata. Sono così descritte tutte le fasi dell’amore: dall’infatuazione che genera l’esaltazione fuori misura fino alla presa d’atto della realtà più terrena. Il comportamento di Marco diviene così scostante e bugiardo con il passare delle pagine da risultare fastidioso agli occhi del lettore. Il contrasto è però dato dalla costanza con cui tu, Stefano, ti contrapponi a questo sentimento negativo, che pure in parte manifesti e ti appartiene, per accogliere lui comunque per quello che è, pregi e difetti, imparando a conoscerlo direttamente al di là della tua costruzione mentale della sua persona. E’ qui che avviene il cambio di passo, qui che la “a” diviene maiuscola. Quell’unica volta in cui veramente si ama, e in quelle poche altre volte in cui bene si ricama, ci si rende conto di farlo a prescindere dai lati oscuri che a priori e razionalmente ci farebbero scartare una persona. Si tratta di un bene quasi incondizionato, similare a quello di un genitore per il figlio, e il lato fisico non occupa un ruolo da protagonista.

Si capisce, leggendo, la sofferenza nel non poter utilizzare il suo reale nome. Si intuisce anche la volontà nel farlo trasparire lasciando, volontariamente o meno, indizi al lettore per poterlo ricomporre. Come ho detto telefonicamente, non mi sono adoperato, per scelta, nella ricerca di questi indizi pur avvertendone la presenza. Mi sono tuttavia trovato più di una volta a chiedermi quale fosse il vero nome di una persona della quale così tante volte avevo letto un nome fittizio (che anche in questo scritto mi trovo poi ad utilizzare).

Ed ora scrivo quello che in realtà si sarebbe meglio prestato per un cappello introduttivo:

Il libro è scritto con una non comune padronanza del linguaggio e delle soluzioni letterarie: la partenza con un “falso avvio” cattura senza alcun dubbio alla lettura e mi sono divertito ad immaginare il nostro buon Marco Travaglio* alle prese con le prime righe. Spero legga almeno quelle, ma fatto questo perché mai dovrebbe arrestarsi? Non mi dilungo ad elogiare ed elencare le altre trovate: mi limito a dire che la scrittura, seppure ricca nei termini e nelle citazioni, risulta dinamica e piacevolmente accessibile: affascinante nella fase descrittiva, dove si esalta…

Trovare argomenti di critica risulta oltremodo difficoltoso: potrei lamentare uno stazionare eccessivo prima di render concreto il rapporto con il coprotagonista, ma non si tratta di un opera di fantasia e l’intervento critico avrebbe avuto un senso in veste di amicizia all’epoca dei fatti. Ti confesso però che ci si trova in un punto in cui, se si potesse, si entrerebbe nel libro per incoraggiarti ad osare diverse pagine prima di quanto poi non accada.

La realtà è che Canto del Capro ha ben pochi difetti, regalando al lettore la penna di un brillante scrittore che esorto a continuare nella sua opera letteraria per il piacere di chi ha avuto la fortuna di apprezzarlo e conoscerlo.


P.S.: Averti potuto “incontrare”, anche attraverso quest’opera, ha reso un valore aggiunto alla sua lettura. Ti ringrazio per avermene fatto usufruire e per l’amicizia che mi hai concesso. Ringrazio altresì il web che ha permesso tutto questo.


* Il giornalista possiede una copia del libro.

1 commento:

  1. Stefano Molinari5 novembre 2011 08:59

    Riporto il commento biblico che ti ho inviato dopo aver letto la tua lettera (a questo punto ancora più appropriato, per l'onore regale che mi hai reso):

    Onorerò chi mi onora.
    (I Samuele/I Re 2,30)

    Stefano Molinari

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