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domenica 9 luglio 2023

Io sono strano

Io sono strano.
La mia è una lucida presa di coscienza, un'ammissione pesata nel confronto con l'umanità che mi circonda, un coming out.
L'ho sempre saputo, sin dai banchi di scuola. Il mio modo di vedere non rispecchiava quello del branco. Non assumevo gli atteggiamenti della corrente per farne parte. Io correvo da solo. Mi interrogavo e mettevo in discussione i comportamenti davanti ai miei occhi cercando di carpirne l'origine. Criticavo la metodologia di valutazione di un opera letteraria o il significato della parola di un dio e della sua presunta esistenza con il professore di turno. Un precoce psicologo o un dissidente in erba direi.
Io sono strano... e come ogni persona strana sin da piccolo avevo il sentore di non essere compreso, quasi fossi piombato con la mia logica in una famiglia a caso, in una classe a caso, in uno Stato a caso. Forse ero un alieno che era stato lasciato lì tra gli umani, forse una nuova specie di sapiens, una variante: ricordo di queste congetture da ragazzino.
Le persone intorno a me erano conformate ai sistemi. Le persone intorno a me si ponevano poche domande...
Quando ho fatto il militare ero visibilmente estraneo al contesto: a pochi giorni dal congedo potevo essere scambiato benissimo con l'ultimo arrivato. Io, così impermeabile alle logiche imposte, camminavo sempre sulle mie gambe e sulle mie idee... e se inciampavo era per quelle.
Io sono strano, lo sono tuttora, ma di strani, come e più di me, ne ho incontrati nel mio cammino... nei libri, nelle canzoni, di persona: questo mi ha fatto sentire meno strano.
Sono strano, me lo dite voi uomini e donne perché penso che donne e uomini, fisico a parte, hanno la stessa testa... e se non ce l'hanno è solo per un'influenza culturale.
Poi penso che posso imparare anche da un bambino: anche per questo sono strano.

Io sono strano, molto strano, perché ho sempre avuto il desiderio di un'evoluzione e il timore di essere il giorno dopo ancora uguale a me stesso.
Ma io sono strano soprattutto perché scrivo e mi interesso del mondo intorno a me invece di farmi gli affari miei. In particolar modo sono strano quando scendo in piazza anche per il futuro di tuo figlio quando io non ne ho...

Io sono strano, lo hai capito. Non sono spensierato come te, inconsapevole di dove ti stai dirigendo, che vivi alla giornata nel limbo di una superficiale felicità che difendi girandoti dall'altra parte.
Io sono strano. Non meglio, non peggio: strano. Questo è un dato di fatto che si è accresciuto con l'età, una forbice che si è divaricata negli anni. Tanto più ero bisognoso di input, tanto più ero qualcosa di diverso dal mio primo me e da te, che sei rimasto sempre lo stesso.

Il mio è un cammino, ed è senza ritorno, ma è il mio strano cammino e non ho rimpianti.

Io sono strano perché non sono come te, che con la tua vastità sei la "normalità". Lo sono nei tuoi confronti, perché sei tu che mi ci fai sentire: da solo nemmeno me ne accorgerei.
Sono strano, e ci sono così abituato a tal punto che mi ci presenterei quasi: "piacere, sono strano", tralasciando anche il nome.
Sono strano, e devo dire che mi piace, perché strano è diverso e diverso è una risorsa... ed è strano che tu non lo capisca...

Sono un essere pensante, che piange e ama, quindi strano... e non vorrei assomigliare a te, uomo, del quale a volte mi vergogno...


sabato 5 novembre 2011

Il libro del Re


Ho conosciuto un Re, autoeletto dall'infanzia. Re di un mondo onirico e di un particolare stato di veglia.
Ho letto il suo libro "Canto del Capro", ovvero Tragedia.
Qui, dal mio spazio virtuale ribattezzo quel libro "Canto della Vita": ché la tragedia è una variante incontrollata e mai cercata del vivere.

S'incontra una persona nella vita, che suo malgrado è la chiave di volta, motore di crescita e stella polare di un cammino che porterà a spogliarci dei nostri abiti regali e delle sovrastrutture di cui la società ci grava, ritrovandoci ad essere uomo tra gli uomini nella superficie di un pianeta: che quella fondamentale persona ti sia o meno accanto diviene un dettaglio. Se non l'avete mai incontrata non avete vissuto veramente, o non avete amato...

Ho conosciuto un Re della scrittura, che gli appartiene come estensione della sua mano. Si chiama Stefano, come me: dal greco Stephanos, corona, quindi "incoronato", la corona è l'emblema della regalità, della grandezza anche interiore: per l'appunto.

Riporto integralmente, di seguito, una lettera privata che ho deciso, di comune accordo con il destinatario, di rendere pubblica. Vi descrivo le mie impressioni sul libro: una lettera dal lettore allo scrittore, da amico ad amico.


Ecco la lettera:

Ciao Stefano.

Come promesso butto giù le mie impressioni (non a caldo) sul tuo libro. Lo faccio a due mesi dalla lettura e in questo momento senza averlo sotto mano, quindi mi affido unicamente alla memoria di quel che mi ha lasciato:


Se penso all’opera lo faccio pensando al libro dell’amore per eccellenza. Il tuo certo, ma riconoscibile universalmente in quello di ognuno, o meglio, di chi lo ha analogamente sperimentato. Non è solo questo, ma macroscopicamente questo è quello che mi rimane in prima battuta: raramente, anzi, quasi in nessuna opera letta prima, ho visto descritto l’amore in tutti i suoi aspetti e nel suo divenire come hai saputo fare e, prima ancora, vivere.

L’Amore con la a maiuscola: quello dell’approccio, della speranza nell’interpretazione soggettiva dei fatti, della sopravvalutazione, del superamento del desiderio della carne (in realtà indicativamente mai molto presente), della delusione, dello smascheramento naturale dei limiti dell’umana condizione dell’altro e tuttavia (ed è qui quel che fa la differenza) l’Amore del mantenimento intatto, della tensione del sentimento nel tempo e nonostante tutto, nonostante il vivere nel non vivere, il non consumare, quasi fosse, ogni tappa di questa storia, una prova che ne consolidasse di volta in volta l’effettiva grandiosità e purezza. Come fosse un percorso tortuoso che ne certificasse la magnificenza a dispetto di ogni cosa.

Quanto è più difficile amare in questa condizione estrema? Quanto più semplice, ma al tempo stesso meno provato, meno verificato, un sentimento ricambiato?

In una mia poesia (mi autocito, consentimelo in nome dell’amicizia che è nata tra noi) affermo “che se chijama amore anchi si è solo uno che ama…” e “che na vòlda se ama… e pu se ricama…” (quest’ultima presa in prestito da Busi). Ecco: nel tuo libro si avverte netta l’unicità dell’evento pur citando altre storie più o meno importanti che, anzi, divengono i contraltari che innalzano la prima. Si afferma così l’amore di uno che diviene Amore.

Amore e tragedia certo, perché nella grandiosità del primo si consuma la drammaticità della seconda, in questo caso due facce della stessa medaglia. L’Amore è estremo, senza mezze misure. E’ la sua forza anche nella sua veste più nera e anche in questa, nel viverlo, vale una vita. Non c’è nulla di più drammatico, in un amore tra due persone, della non corrispondenza in presenza di un fenomeno così unico della propria esistenza. E non si sceglie volontariamente di indirizzare proprio a quella persona, piuttosto che ad un’altra, il proprio prezioso dono se non in casi di autolesionismo.

Preso atto dello stato dei fatti, non rimane che accettare le conseguenze e incanalare un così ingente quantitativo di pura energia, oramai incontenibile, nelle pagine di un libro. Nel libro si trasferisce così quell’Amore: ne diviene il contenitore, il santuario, il testimone eterno attraverso il quale può rivivere il sentimento per eccellenza. Rivive ogni volta che viene sfogliata una sua pagina, indipendentemente da chi sia il lettore, e consente allo scrittore di provare un piccolo sollievo e di pensare di superare, forse dimenticare… Tuttavia il libro non risolve: imbriglia, canalizza, esorcizza, ma diviene parte integrante del suo scrittore, che non può pensare di gettare la sua opera e con lei il suo contenuto, ammesso che abbia mai pensato di farlo. Il libro diviene lo scrittore stesso, la sua vita. La vita di chi lo ha concepito non si può separare da quelle pagine che divengono così biografia.

Il suo Amore è la sua vera biografia, il suo vero lascito, il suo vero cantico, la sua tragedia. Il suo Amore al di là di ogni altro episodio della sua vita, di ogni esperienza, conoscenza, di ogni passaggio in cui si mette crudamente a nudo nel pensiero, nella debolezza, nella fragilità. L’Amore insieme a lui, con il tempo matura, si trasforma, evolve, si consapevolizza, ma non viene mai meno la sua essenza che rimane inalterata.

Nel suo cammino, l’Amore, ricalca il percorso della maturità della vita, la quale non può più prescindere da lui nel rapportarsi al mondo: diviene la lente attraverso la quale si posa ogni sguardo, diurno e notturno.

E con la maturazione dell’Amore e dunque della vita, vengono meno le sovrastrutture, le illusioni, lo sguardo si amplia: non è un caso che la religione declina d’importanza a vantaggio di una spiritualità che nel tempo è capace di apprezzare maggiormente il volto della natura. Ed è, a mio avviso, l’Amore il motore del cambiamento (mi sono appena accorto di aver sfiorato una citazione dantesca).

La seconda cosa che mi ha lasciato il libro (ora scrivo da casa con il volume davanti) è il rapporto con tuo padre: commovente la sua lettera a te fanciullo e come ne parli, come lo descrivi. L’affetto travalica le pagine e non a caso la dedica iniziale del libro è per lui: “alla memoria del mio grande padre”. E’ una variante dell’Amore che tende in questo senso a completare l’opera.

Fin qui il macroscopico, poi, come ho già detto il libro è altro: è un percorso di vita, visto il tempo preso in esame, con una semi biografia in sottofondo, perché poi il fuoco della lente è quasi sempre catalizzato da Marco, a volte fino all’eccesso e l’autobiografia si frammenta fino a divenire accessoria.

La persona di Marco viene quasi smantellata nella seconda parte del libro, finendo per risultare in realtà semplicemente umanizzata, dopo averla lungamente esaltata, giustificata. Sono così descritte tutte le fasi dell’amore: dall’infatuazione che genera l’esaltazione fuori misura fino alla presa d’atto della realtà più terrena. Il comportamento di Marco diviene così scostante e bugiardo con il passare delle pagine da risultare fastidioso agli occhi del lettore. Il contrasto è però dato dalla costanza con cui tu, Stefano, ti contrapponi a questo sentimento negativo, che pure in parte manifesti e ti appartiene, per accogliere lui comunque per quello che è, pregi e difetti, imparando a conoscerlo direttamente al di là della tua costruzione mentale della sua persona. E’ qui che avviene il cambio di passo, qui che la “a” diviene maiuscola. Quell’unica volta in cui veramente si ama, e in quelle poche altre volte in cui bene si ricama, ci si rende conto di farlo a prescindere dai lati oscuri che a priori e razionalmente ci farebbero scartare una persona. Si tratta di un bene quasi incondizionato, similare a quello di un genitore per il figlio, e il lato fisico non occupa un ruolo da protagonista.

Si capisce, leggendo, la sofferenza nel non poter utilizzare il suo reale nome. Si intuisce anche la volontà nel farlo trasparire lasciando, volontariamente o meno, indizi al lettore per poterlo ricomporre. Come ho detto telefonicamente, non mi sono adoperato, per scelta, nella ricerca di questi indizi pur avvertendone la presenza. Mi sono tuttavia trovato più di una volta a chiedermi quale fosse il vero nome di una persona della quale così tante volte avevo letto un nome fittizio (che anche in questo scritto mi trovo poi ad utilizzare).

Ed ora scrivo quello che in realtà si sarebbe meglio prestato per un cappello introduttivo:

Il libro è scritto con una non comune padronanza del linguaggio e delle soluzioni letterarie: la partenza con un “falso avvio” cattura senza alcun dubbio alla lettura e mi sono divertito ad immaginare il nostro buon Marco Travaglio* alle prese con le prime righe. Spero legga almeno quelle, ma fatto questo perché mai dovrebbe arrestarsi? Non mi dilungo ad elogiare ed elencare le altre trovate: mi limito a dire che la scrittura, seppure ricca nei termini e nelle citazioni, risulta dinamica e piacevolmente accessibile: affascinante nella fase descrittiva, dove si esalta…

Trovare argomenti di critica risulta oltremodo difficoltoso: potrei lamentare uno stazionare eccessivo prima di render concreto il rapporto con il coprotagonista, ma non si tratta di un opera di fantasia e l’intervento critico avrebbe avuto un senso in veste di amicizia all’epoca dei fatti. Ti confesso però che ci si trova in un punto in cui, se si potesse, si entrerebbe nel libro per incoraggiarti ad osare diverse pagine prima di quanto poi non accada.

La realtà è che Canto del Capro ha ben pochi difetti, regalando al lettore la penna di un brillante scrittore che esorto a continuare nella sua opera letteraria per il piacere di chi ha avuto la fortuna di apprezzarlo e conoscerlo.


P.S.: Averti potuto “incontrare”, anche attraverso quest’opera, ha reso un valore aggiunto alla sua lettura. Ti ringrazio per avermene fatto usufruire e per l’amicizia che mi hai concesso. Ringrazio altresì il web che ha permesso tutto questo.


* Il giornalista possiede una copia del libro.

martedì 30 novembre 2010

L'ultimo messaggio di Monicelli

Non parlo dell'artista, di quello lascio parlare chi non può fare o dire altro di lui, io parlo dell'uomo per come l'ho conosciuto...

Se una persona non esce fuori dal suo ruolo, mettendosi in gioco, non puoi dire di conoscerla. In quei momenti hai la possibilità di guardarla negli occhi, leggerne l'anima e soppesarne la purezza delle intenzioni...

Ero assorto con lo sguardo sul palco, non ricordo chi ci fosse sopra, ma al mio fianco c'era il mio amico Carlo Alberto che, per la prima volta, assisteva di persona ad una manifestazione "viola". Viola era nessun colore, e questo gli piaceva, piaceva ad entrambi. Era febbraio di quest'anno: duemiladieci.
Eravamo molti, compatti e con lo sguardo attento agli interventi e alle parole. Le mani erano dolenti per gli applausi. Come ai gatti si abbassa la percezione sonora di quel che c'è intorno quando sono concentrati su qualcosa che ha catturato la loro attenzione, allo stesso modo noi non c'eravamo resi conto del vociare alle nostre spalle di due signori che si stavano facendo strada. "Permesso!", dice una voce appena dietro di me. Mi giro, ci giriamo a guardare. Era un tipo sui 50 sorridente, che rafforzava il concetto mettendomi una mano sulla spalla destra. "Prego", gli dissi. Faceva strada ad un signore più anziano, che lo seguiva a passo deciso appena dietro. Per un attimo incrociai lo sguardo di quell'uomo attempato, canuto, asciutto, che mi sfilava di fianco. I suoi occhi erano timidi forse per il disagio arrecato, ma onesti e determinati per quel che andava facendo. Il suo sorriso accennato sembrava già sapere che al suo passaggio qualcuno avrebbe detto: "L'hai riconosciuto? E' Mario Monicelli! Ha fatto questo e quel film...". E così è stato: ma lui era già lontano, già sopra il palco.


Voleva partecipare, dire qualcosa, incoraggiarci a combattere e tenere duro. Non importava chi fosse, qual era la notorietà acquisita che pure gli aveva permesso di guadagnare il palco. Era uno di noi, tra noi.

Era un uomo libero, tra gli uomini più liberi che abbia mai ascoltato, con una consapevolezza e una saggezza acquisita, forse dall'età, che ci ha raccontato qualcosa di davvero poco banale: non cadere nella trappola della speranza, perché quella è un'invenzione dei padroni.
Da uomo libero, voleva trasmetterci il messaggio che un paese la libertà se la deve prendere senza rimandi, opponendo resistenza e facendo quel che si deve fare per ottenerla, anche una rivoluzione, se necessario. Lo diceva ad un paese, il suo, addormentato nella dittatura di un'oligarchia. Lo diceva ad un paese che amava, che lo faceva soffrire e che deve avergli fatto davvero tanta pena...



Se ne è andato, e lo ha fatto nel suo stile, da uomo libero. Se ne è andato facendoci riflettere su una morte assistita che non c'è e costringe un uomo con un male in fase terminale di 95 anni a suicidarsi per poter esprimere la sua condizione di libertà.
Se ne è andato e ci ha lasciato un ultimo messaggio: una persona libera ha sempre una scelta, anche di fronte alla morte... ed è quella di scegliere come morire.


Ciao, e grazie di tutto.

lunedì 8 novembre 2010

HOME: la nostra terra

E' stupendo nelle sue inquadrature... ed è terribile.

Le telecamere riprendono dalla giusta distanza per comprendere: più vicino sarebbe la nostra ristretta visuale di ogni giorno; più lontano avremmo perso di vista gli inquilini di questa casa chiamata terra. Mi piace questo punto di vista... ci regala paesaggi mozzafiato da tutto il mondo ed il nostro operato.
Non è terribile quando ci racconta da dove veniamo, quello è una specie di miracolo, uno stupefacente gioco di equilibri che non avrebbe potuto essere altrimenti. Terribile lo è nella fotografia di chi siamo oggi e dove stiamo andando.

Danneggereste mai volontariamente la vostra casa? Probabilmente risponderete di no. E' della nostra casa che si parla, della storia della nostra casa e dei suoi inquilini.

Il suo linguaggio è semplice, adatto a tutti a partire dalle scuole medie. Più accessibile di "Sulla servitù moderna" (comunque imperdibile), mette semplicemente di fronte al fatto compiuto.

Regalatevi questo documentario e regalatelo ai vostri bambini. Se potete diffondete nelle scuole.

HOME la nostra terra

Buona visione:





Non so se alcuni di voi ci troveranno il nesso... ma ho pensato di allegare questo brano del film "i cento passi" con la magistrale interpretazione di Lo Cascio nei panni di Peppino Impastato.

"Non ci vuole niente a distruggere la bellezza...", "bisogna ricordare alla gente che cos'è la bellezza..."



domenica 10 ottobre 2010

Mostri e vittime

Di Sarah Scazzi. Ne parlano tutti in questi giorni: potere mediatico che convoglia la fragile mente del tele utente; argomento di cui bisognerebbe sapere e su cui bisognerebbe riflettere il tempo di cinque minuti in tutto e non oltre, perché di mostri in Italia ce ne sono ben altri. Invece no: Sarah Scazzi ancora, a tutte le ore, per sapere la genesi e i pensieri di un unico mostro. Strumentalizzazione di una notizia che diventa un mantra ipnotico che coinvolge e scandalizza. Analisi di un mostro per nasconderne cento, mille altri... e alla fine Sarah è il personaggio di una telenovela che ci troviamo a seguire nostro malgrado: era anche un po' nostra figlia, nostra sorella, la nostra vicina. Ci identifichiamo e prendiamo emozionalmente le difese della vittima e non pensiamo mai a quella parte di follia del carnefice che è in noi. Ce la nascondiamo salvo poi farla uscire quando desideriamo la morte per l'assassino...

Ma poi un matto quanto lo si nasce e quanto la società contribuisce a formarlo? Quanto lo siamo anche noi e qual è il confine? Pensavo questo vedendo La pecora nera di Ascanio Celestini.
E sulla Chiesa? Per quel mostro tentacolare che è la Chiesa quante ore di processo in televisione? Quel prete che dopo aver violentato una quindicenne dice ancora messa e cento altri ancora sotto un complice silenzio... Nella scala della mostruosità è peggiore chi commette o chi copre uno stupro? Ma bisogna saper contestualizzare: non dire il nome di dio invano tranne che nelle barzellette; non desiderare la donna d'altri, ma per i bambini invece... e mi raccomando: alla Chiesa non piacciono in provetta.
Quanto siamo vittime e quanto carnefici? Vittime del tubo catodico che ci forma e ci deforma e di un giornale che si chiama il Giornale, quasi a beffeggiare ancora di più chi lo compra e lo segue come un vangelo. Il Giornale: organo di manganello mediatico al servizio di un mostro che controlla le menti e le tiene in ostaggio. Noi, a nostra volta, padri e madri di quel mostro che ci tiene sotto giogo: mostri che generano mostri. In fondo quella mafia, quella massoneria ce l'abbiamo dentro quando pensiamo che va bene "mangiare tutti un po' " e comunque "io bado al mio". Il mostro ce l'abbiamo dentro quando lo votiamo con lo sguardo assente ripieni di frasi fatte che rigurgitiamo a chi accende il cervello e ci chiede una spiegazione. Noi mostri e vittime: noi povere fragili menti che, oggi, in mente hanno Sarah Scazzi e che dopodomani dimenticheranno tutto.
Muoiono soldati in una guerra chiamata missione di pace e c'è chi distrattamente pensa all'onore dei soldati e della patria anziché all'idiozia, all'assurdità di tutto questo: onorevoli eroi o piuttosto coglioni, vittime di loro stessi e del loro piccolo paese di mostri che li ha convinti che questo significa servire un paese e fare soldi.

Ma noi pensiamo a Sarah Scazzi e a quell'unico mostro molto più di quei ragionevoli cinque minuti... e dal sesto in avanti passano, celate, vagonate di mostruosità...


sabato 24 luglio 2010

Questo strano virus chiamato uomo

Così assorbiti dai nostri giocattoli... ci dimentichiamo di guardare le stelle.

Forse, quello che segue, è il resoconto di un alieno che ci osserva; forse, quello che segue, è il frutto di una coscienza risvegliata dalle ceneri di un pianeta...

Visitiamo un luogo e nella maggior parte dei casi andiamo a vedere delle città: umane architetture, umane chiese, la loro umana storia. Andiamo ad ammirare umani dipinti, sculture, umane composizioni. Scattiamo fotografie digitali, rispondiamo al telefonino, ci mettiamo al computer portatile nel nostro peregrinare, spostandoci con automobili climatizzate o con l'ultimo più veloce treno: umani giocattoli che utilizziamo nell'umana città abitata da esseri che tengono al guinzaglio altri esseri. Siamo così presi a guardarci allo specchio, così catturati nel guardare quanto siamo bravi da percepire la sensazione di essere soli, fino a non vedere quello che c'è intorno, o quel che ne resta...
Narciso, vedutosi riflesso in uno specchio d'acqua, si innamorò di quell'immagine di uomo fino a morire affogato nel tentativo di raggiungerla: eppure avrebbe dovuto vedere solo dell'acqua.

La realtà è interpretata dall'uomo attraverso una sua visione antropocentrica che si allontana come una retta divergente da quella naturale.
L'uomo non vuole accettare o vuole dimenticare di essere un animale come qualsiasi altro su questo pianeta e si racconta tutt'altro. Lui fa distinzione tra sé e ogni altra creatura vivente ritenuta inferiore, tra sé e l'ambiente in cui vive. Crea un suo ecosistema fatto oggi per lo più di cemento e metallo: oramai poco importa se è impiantato sulla terra o sulla luna, purché possa essere replicato con i suoi comfort.
Il mondo è plasmato secondo il suo pensiero e sottomesso ai suoi bisogni: la naturalità del suo istinto è ormai limitata al bisogno di possedere beni e guadagnare prestigio al solo scopo di dominare.
L'estraneamento dal resto del pianeta, a vantaggio di ambienti in cattività dove prospera, non gli ha più permesso, nel corso delle generazioni, di relazionarsi con l'ambiente circostante, finendo per sottostimarlo, dimenticarlo. L'uomo ha finito per vedere e sentire solo sé stesso: il risultato è lo squilibrio nei confronti degli ecosistemi circostanti.
La visione umana della realtà risulta distorta e di consequenza distorte sono le sue azioni.
L'uomo tende a conquistare, nel suo gruppo, una posizione dominante. Quando le risorse mentali, nell'arco della sua evoluzione, glielo hanno consentito, le ha utilizzate in maniera prioritaria per controllare i suoi simili attraverso il dominio di istituzioni quali le religioni, le comunità, gli stati, creati dall'uomo stesso per soddisfare l'esigenza di regolare i rapporti sociali e di condotta etica all'interno del suo clan.
Un gruppo ha soppresso l'altro: il Sapiens il meno attrezzato Neanderthal; un paese un altro paese; una religione un'altra religione, fino ad arrivare ad una élite che governasse su di una maggioranza assoggettata.

L'evoluzione dell'uomo, sfociata in sovrastrutture e logiche di potere, si è rivelata di fatto la sua involuzione:


L'uomo ha creato, l'uomo ha plasmato, ma non ha mai avuto, ne ha, le risorse mentali per autogestirsi: il passaggio da facente parte della catena alimentare, a padrone incontrastato al di sopra di essa, non è mai stato coadiuvato da un cambiamento adeguato di mentalità e così le acquisite capacità sono state per lui un'arma a doppio taglio: un'arma in mano ad un bambino.
Il bambino trovandosi a gestire una situazione più grande di lui finisce per fare dei danni:
Sfruttamento incontrollato delle risorse; squilibrio all'interno delle società umane della distribuzione delle risorse stesse; distruzione di svariati ecosistemi e di altre specie animali; inquinamento. Fino ad arrivare a condizionare il clima al livello planetario.
L'uomo ha perso il contatto con la natura di cui fa parte, sentendosi altro: il risultato è che non è più stato in grado di stabilire un equilibrio e un dialogo con essa e con sé stesso, finendo per perdere il controllo, imboccando la strada per l'autodistruzione. Quello che egli chiama civiltà e modernità, altro non è che l'apice di un degrado che lo rende sempre più estraneo al contesto.
La natura ha una soluzione semplice e radicale per i fallimenti degli sviluppi delle sue forme biologiche: l'estinzione. Così è accaduto anche in passato per specie che hanno dominato e totalizzato il pianeta quali i dinosauri: così accadrà ancora per chi non sarà capace di correggere il proprio percorso evolutivo.
Pasolini ha sempre avuto una lucida visione della parabola del cammino umano. Egli riteneva che l'evoluzione dell'uomo moderno, nell'era del consumismo, delle grandi asettiche metropoli standardizzate, dovesse necessariamente implodere nel ritorno ad una vita contadina: in sostanza aveva intuito la necessità di un ritorno al contatto con la natura e a delle strutture sociali più semplici ma vere e soprattutto più identitarie.
Il maggior successo dell'homo sapiens sapiens va ricercato nel suo passato e deve tornare a far parte del suo futuro, se vuole averne uno.
L'uomo deve necessariamente ripensare se stesso anche sacrificando l'agiatezza acquisita. Deve riappropriarsi della visione del "sé nel tutto", abbandonare l'istinto di dominio e far sua quell'umiltà che oggi non gli appartiene. L'alternativa è il proseguio di un'involuzione che lo rende sempre meno appartenente al mondo animale e sempre più simile a un virus per un pianeta che ha pronto il suo vaccino.


domenica 11 luglio 2010

Scatti dal giardino


Nascita:


Carro armato a banana:


Arance:

Fuga dal vaso:


Cuore puro:


Giardino in sovrappeso:


Giallo yellow:


Margheritae


Soli in terra:


Spider tartle:


Grossegrasserosse:


Futura fragola:


Popolazione viola:


La rossa in velluto:


La mora fiorata:


Cappottamento in curva:


Esplosione:


Gioventù affamata:

sabato 19 giugno 2010

PUNTOdiVISTA sull'Altroparlante


La band fondata da Gino Migurno era in Piazza San Giovanni in Roma il 5 dicembre 2009 per uno storico NO B DAY: in effetti la migliore traduzione in note del Popolo Viola non può che essere rappresentata da L'Altroparlante (in condominio con un bravissimo Tony Troja).
L'Altroparlante è più che sola musica: è denuncia sociale; coscienza di un mondo informato di provenienza web; è il punto di vista di un occhio ben aperto che descrive con lucidità il regime mediatico che stiamo vivendo; è la sveglia per una nazione sonnambula che si sta dirigendo verso il burrone per opera di un pifferaio matto.
Nei loro testi si avverte l'urgenza di informare un esercito disinformato, una missione in forma artistica, un contributo d'amore verso questo paese che troppo spesso non ricambia, non capisce, si volta dall'altra parte sotto l'effetto di un continuo influsso di una distrazione di massa.
Sono i rappresentanti musicali della vera italianità e di valori più universali quali la tolleranza, l'uguaglianza, la libertà...
Una loro canzone descrive molto bene il loro spirito, un'autopresentazione che faccio mia e vi invito ad ascoltare e a guardare in questo video:


Il Fatto Quotidiano li fotografa così: "Perfetta sintonia tra ritmi trascinanti e pensieri penetranti..." e non si può non essere d'accordo.

Alcuni loro titoli che vi segnalo e invito ad ascoltare:
- chi butta il fumo negli occhi - canzone ad personam - piazza facebook

Ma ogni loro pezzo è una perla che vi invito a cercare in una piacevole caccia al tesoro...

I loro dischi non sono in vendita al di fuori dell'area campana, ma ho avuto la fortuna di incontrarli a Roma e di acquistare la loro ultima fatica che esprime nel titolo l'unica via di salvezza nell'era delle leggi bavaglio: "finché c'è rete c'è speranza".

Prima di questo acquisto, li ho ascoltati spesso nella mia PUNTOdiVISTA Compilation, distribuita agli amici di tutta Italia, dove figurano protagonisti, dispensatori di valori e punti di vista che coincidono con i miei.
"E' bello incontrare persone che la pensano come noi..." mi ha detto il cantante della band dopo aver firmato la mia raccolta e averne ricevuta una in omaggio: è bello ritrovarci nello stesso punto di vista in questo deserto di pensiero dico io...


Con infinita gratitudine per la vostra arte senza bavaglio...



P.S.: In autunno è prevista l'uscita del loro prossimo cd... buon lavoro Altroparlante.

mercoledì 16 giugno 2010

La truffa delle bollette gonfiate: un gioco sporco

La nota società, dall'alto del suo nome ed importanza detta le regole del gioco e la controparte riconoscendogli il ruolo accetta e fa sì che si possa iniziare la partita.
In realtà il rapporto dovrebbe essere alla pari: un onesto dare e avere, in cui nessuno turlupina l'altro. Almeno questo è quello che pensa l'utente. A me serve energia elettrica e tu me la fornisci al giusto prezzo di consumo. Invece il gioco è questo:
La Sorgenia del gruppo CIR (De Benedetti) manda dei giovani, sottopagati, a far contratti, facendo raccontare la balla del risparmio (io non l'ho riscontrato) e omettendo alcune cose importanti che sarebbero scritte sul contratto stesso, che quasi mai ti viene fatto visionare al momento dell'apposizione della firma. Il contratto dice che la lettura del contatore è a carico della ditta distributrice (Enel ad esempio) la quale se non comunica il consumo alla Sorgenia, questa farà una stima dello stesso.
Qual'è il problema nel lasciar fare una stima dei consumi? Il problema si pone quando, ad esempio come mi è capitato, vi potreste vedere arrivare una bolletta per un bimeste dell'abitazione pari ad un consumo di 2.714,0 kWh per la modica somma di € 791,74!!!
Dopo aver realizzato che sì, ho un'abitazione, che tra l'altro frequento poco, e non una discoteca, aggredisco pacatamente al collo gli operatori del call center Sorgenia: trattasi anch'essi di sottopagati ragazzi addestrati a tranquillizzarti sulle prime, per poi comunicarti alla settima/ottava telefonata che la bolletta si deve pagare, nonostante il palese errore e l'esatta comunicazione della lettura. In seguito si effettuerà una lettura e si andrà a credito per i prossimi tre anni... considerando che il mio effettivo consumo equivale a circa 46 € a bimestre.
Il giochetto (??) Sorgenia non è un isolato errore e non è solo questa società a praticarlo: il trucco, se di questo si tratta, consiste nell'attuarlo a macchia di leopardo (stile divide et impera) e nell'accumulare somme su cui matureranno degli interessi... Nove volte su dieci la povera vittima si rassegna al fatto che non si può tornare indietro, si "deve" oramai pagare.
Il peso che la grande società, "l'istituzione", mette in campo determina una sottomissione psicologica che inibisce una reazione ad una macroscopica ingiustizia: da una ricerca in rete si desume che la maggior parte delle "vittime" ha avuto la peggio e ha sborsato le fantasiose somme richieste.

Fornisco di seguito le nuove regole del gioco che a questo punto determinano la partita:
I poveri operatori telefonici non hanno potere di annullare il macroscopico errore (me lo ha confessato uno di loro messo sotto torchio, con le spalle al muro e la lampada puntata negli occhi), dunque non potendo interloquire con un dirigente non rimane che andare alla propria banca ed interrompere il pagamento RID prima della scadenza della bolletta, dopodiché buttare giù e inviare via fax una lettera al fulmicotone in cui si intima alla società erogatrice di stracciare la fattura inviata in attesa di una rettificata dove, paradossalmente, si evidenzierà che sono loro che vi devono dei soldi. Ovviamente sottolineate che non pagherete mai il loro errore e che cambierete fornitore qualora non risolvano celermente la spiacevole situazione. Fatto questo, anche due righe da parte di un avvocato di un'associazione consumatori è di aiuto.
Risultato: in breve vi arriveranno dei nuovi conteggi e... miracolo! Ero in credito: per quattro mesi ho pagato solamente 30 €...

Fischio finale: la partita finisce in parità. E' vero che giustizia è fatta, ma si sono spese energie e tempo per ottenere quello che semplicemente vi era dovuto. In più non riceverete nemmeno le sacrosante dovute scuse (ma riporto nei messaggi sottostanti il post una spiegazione pervenuta nel febbraio 2012 dal direttore Marketing).

La Sorgenia a fine 2009 è stata multata dall'Antitrust a pagare 350.000 € per pratiche commerciali scorrette.

Ah, un'ultima cosa. Quando gli ho scritto che se non avessero riparato celermente avrei cambiato gestore ho mentito: ovviamente l'ho fatto comunque.

Che il gioco sia intenzionalmente sporco è una mia congettura (chiamiamolo il frutto di una mia fantasia). Magari si tratta di errori random (mai a tuo favore) ma tant'è.



P.S.: Se volete visionare altre lamentele in rete vi basterà scrivere sul motore di ricerca "bollette gonfiate" o "fantasiose".

P.S.2: In questo link potrete trovare indicazioni utili per il risarcimento danni.

sabato 12 giugno 2010

Abbasso l'Italia!!!

Si può giungere ad una medesima conclusione attraverso diverse strade e devo confessare che alcuni anni fa non mi sarei mai sognato di voler pronunciare questa affermazione che sembra partorita dall'informe cervello squamato di una trota leghista.
Tutto si può fare, quello che conta è il perché lo si fa: la motivazione può giustificare o meno un'azione.
Abbasso l'Italia!! Sì, avete capito bene, ho detto abbasso: spero che la nazionale di calcio, a questi mondiali del Sud Africa, esca quanto prima!
Già immagino lo sdegno dei nazionalisti ad ogni costo, pronti a condannare a priori, senza ascoltare la motivazione di tali parole. Immagino l'incomprensione dell'italiano medio al quale viene toccata la sfera di cuoio. Immagino altresì il sorriso dell'abitante della Padania, il quale non capirebbe la differenza di fondo tra la mia e la loro affermazione nemmeno se venisse coadiuvata da un disegnino...
Ero in strada ad esultare quattro anni fa, per le vie e le piazze dipinte di caroselli azzurro e tricolore... e oggi dico: abbasso l'Italia! Perché in fondo è solo un gioco, tra l'altro anche di recente già vinto...
Abbasso l'Italia! Perché non ce lo possiamo permettere, siamo immaturi: ho visto fiumi di persone riversarsi a festeggiare in strada ma molto, molto meno per difendere la propria libertà, i propri diritti.
Abbasso l'Italia! Perché non ci possiamo permettere il lusso di una distrazione: con la Legge Bavaglio siamo passati da una dittatura mediatica ad una dittatura e basta. Presto vedremo aumentare anche la repressione delle forze dell'ordine sui pacifici manifestanti nello stile del "metodo Cossiga".
Abbasso l'Italia! Perché il calcio, insieme al benessere, oggi è l'oppio che assopisce le menti e le devia dalla drammatica gravità della realtà in cui è scivolato il paese.
Abbasso l'Italia! Perché sarà il pretesto per i telegiornali di regime di sprecare minuti preziosi per parlare delle ennesime cazzate anziché dei problemi reali.
Abbasso l'italia! Perché più che una provocazione, per quanto strano possa sembrare, è l'affermazione più giusta in questo momento.

Abbasso L'Italia! Perché amo l'Italia...



mercoledì 2 giugno 2010

02 Giugno 2010: apparenza


Festa della Repubblica. Costosa sfilata di soldatini. Il Presidente del mio stivale che spende belle parole a favor di telecamera. Apparenza.

Avrei una domanda da farle, anzi più d'una, di quelle che nessun giornalista le porrà mai: Cosa c'è da festeggiare?? Mi spieghi, Presidente, per quale motivo dovremmo impiegare questo giorno in musica e orgogliosa celebrazione di una scelta, anziché spenderlo in una composta e riservata riflessione di quanto è poi stata tradita. Mi spieghi la coerenza della sua presenza, di queste divise impettite quando al governo abbiamo delle forze secessioniste che hanno come obiettivo l'indipendenza di una parte del paese ribattezzata Padania.
Come dice Presidente? Il 2 giugno del 1946? Bisogna ricordare? Certo, il ricordo... il ricordo di un voto che ha scelto Repubblica, il ricordo di un sogno mai realizzato.
Non pensa Presidente che dovremmo smetterla di vendere un sogno e guardarci in faccia? Guardarci per quel che siamo? Siamo una Repubblica? Ne è sicuro Presidente?
Noi siamo il paese guidato dai poteri occulti: mafia, vaticano, servizi segreti deviati, massoneria, politicanti collusi e corrotti le dicono nulla?
Noi siamo il paese che ha fatto saltare in aria Falcone e Borsellino signor Presidente...

Noi, solo per restare alla cronaca, siamo questo:



Da chi siamo rappresentati signor Presidente? Da un monarca che si crede un Mussolin-Napoleone o da una persona ligia alle regole della democrazia e della Costituzione?
Cosa Presidente? Siamo un paese libero e sovrano? Davvero? Abbiamo fatto anche cose buone? Ne convengo...
Certo Presidente, bisogna anche salvaguardare il buon nome del paese... I panni sporchi vanno lavati in famiglia? Le prometto che questa intervista non la leggerà nessuno straniero Presidente. Ma detto tra noi non ne hanno bisogno: loro già sanno chi siamo.

Apparenze, sì Presidente, salviamo le apparenze... oramai siamo solo questo: apparenze.

mercoledì 19 maggio 2010

Draquila: il terremoto della democrazia


Prima di tutto un avvertimento a chi vorrà guardare Draquila, l'Italia che trema: questo film è di parte... dalla parte del cittadino.
Due applausi durante la proiezione, il più lungo dei quali alla fine di un film- documentario che lascia soddisfatti, più di quanto ci si sarebbe aspettati.
Un reportage che non ha nulla da invidiare ad un Report, un filo logico narrativo all'altezza del miglior Annozero. Sabina Guzzanti fa centro lasciando ampio spazio alla drammatica realtà e pochissimo alla sua comicità, con una pellicola senza tempi morti e dalle soluzioni grafiche divertenti ed efficaci.
Da ridere, in fondo, in questa storia, c'è ben poco: la sensazione predominante tra i presenti in sala, che abbandonano le poltrone per confondersi tra le tante altre ignare (?) persone, è quella del cazzotto allo stomaco. Il fatto che siamo un paese alla deriva è noto, specialmente a chi si reca a vedere un film di Sabina, ma è sempre duro toccare con mano quanto è profondo il baratro...
Sabina ha la capacità di mostrare il fenomeno dall'alto, portandoti per mano ad una consapevolezza sconosciuta al cittadino medio, che viene derubato con una mano e risarcito di un lecca lecca con l'altra, finendo per ringraziare la generosità del suo carnefice.
Draquila risulta per essere uno strumento essenziale per comprendere i meccanismi che regolano una società, la nostra, priva di informazione: un punto di vista al di fuori di quella campana di vetro che la maggioranza di noi abita, prigioniero inconsapevole.

Il terremoto è stato una manna dal cielo per molti, non solo per un pugno di costruttori che ridevano alle 3 e 32 di quel 6 aprile 2009, ma il terremoto più devastante, quello di maggior lucro, è quello tuttora in corso, iniziato prima di quello dell'Aquila e che ha come epicentro la nostra democrazia.

Andate a vedere questo film, parlatene... e quando uscirà in dvd, regalatelo a chi ha bisogno di comprendere...






P.S.: E' consigliata vivamente la "doppietta" con Agorà.

P.S.2: Per la "gioia" del ministro Bondi e del suo padrino, Draquila è tra i cinque documentari che i giornalisti cinematografici hanno selezionato per il prossimo Nastro d’Argento ;-)

P.S.3: Attenzione: la visione di film come questo nuoce gravemente all'ignoranza.

mercoledì 28 aprile 2010

Agorà: la pochezza dell'uomo

La fotografia dell'Alessandria a cavallo tra IV e V secolo d.c. specchio della nostra società odierna: questo è Agorà di Alejandro Amenábar.
All'uscita dalla sala c'è rabbia mista a frustrazione e non per la regìa (per altro non impeccabile) o per qualche piccola incongruenza storica, ma per quella fotografia...
Nulla è cambiato in milleseicento anni. Nel film, come nella realtà che ci circonda, è messa a nudo tutta la pochezza dell'uomo: la sua incoerenza, la sua ingenuità, la sua intolleranza, la sua brama di potere, il suo totalitarismo. Alla frase "ma da quando ci sono così tanti cristiani??!" possiamo sostituire oggi leghisti, berlusconiani...
Ogni uomo da Amenábar è rappresentato schiavo. Schiavo di una religione, sia essa pagana ebraica o cristiana, o schiavo di fatto. E così lo schiavo resterà schiavo e chi si invischia nella metastasi della religione lo sarà anch'esso, illuso di servire il vero dio al servizio inconsapevole di una lotta di potere e di controllo.
Ipazia D'Alessandria, matematica, scienziata, perfezionatrice del planisfero e dell’astrolabio, protagonista e vittima dell'idiozia umana, non è ereoina atea e femminista come qualcuno vorrebbe farla passare: è anch'essa nelle spire della religione (pagana) e della cultura del suo tempo, ma attraverso la scienza, la messa in discussione della realtà che la circonda, è la sola figura, nel desolato paesaggio umano, che mantiene la lucidità necessaria ad emergere. Ipazia è l'unica che in un mondo di schiavi riesce a trovare una chiave di fuga per la libertà: il sapere, la ragione.
A uscirne sconfitto, nel film, non è il cristianesimo nè l'ebraismo e neppure qualsivoglia altra religione... ma l'uomo.
Andate a vedere questo film per il suo significato.



giovedì 25 marzo 2010

RaiPerUnaNotte



Non si puo' fermare la libera informazione...
Non si puo' fermare la Rete.


lunedì 22 marzo 2010

Un Caravaggio simil dantesco...

Nel mezzo del cammin di nostra vita,
ci ritrovammo in una giornata oscura,
che la democrazia era smarrita!
Hai quanto a ricordar questa storia è cosa dura:
mi par su un colle rimembrar di una parata,
di trombe e soldatini che a nessun fan più paura.
"Fate piano col tamburo e la cantata,
che Morfeo è lassù col suo guanciale!"
quando lieve dal palazzo una ventata.
Gli occhi nostri scendon ora e più non sale
e non vi so dir se in sogno o pur davvero,
l'ingresso alle scuderie del Quirinale...

Barbara, nostro Virgilio, ci aspettava davanti all'obelisco sul colle. Noi, ritrovatici in abiti d'altri tempi ci siamo radunati intorno a lei.
Che anno era? Forse la fine del cinquecento o inizi seicento...
Di un certo Michelangelo Merisi, burrascoso personaggio lombardo, comincia a parlarci: "E' un attacca brighe, ovunque vada litiga con qualcuno, ma non è certo uno stupido! E' ospitato dai signori che gli commissionano le opere... e pensate a quali conoscenze può avere accesso!".
Poi ci conduce in ambienti che dovevano esser stati delle stalle. Con la premessa di un caratteraccio, avevamo addosso un po' di timore, quasi entrassimo nella bocca dell'inferno...
Era la sua bottega? Lui per fortuna non c'era. Ci ritroviamo davanti ad un quadro:"Vi guarda, con il suo sguardo lascivo...".
In effetti, rifletto, cerca l'interlocutore. Vuole coinvolgerti nel quadro, ti ci fa entrare, ne sei parte. Forse il dipinto si completa solo quando il tuo sguardo entra in asse con il suo. Eh sì, deve averlo concepito con una persona davanti, che diventa essa stessa pittura, o lui, questo ragazzo diviene reale... ma cosa vorranno dire i suoi occhi?
"E' un innovatore, i suoi colleghi non lo vedono di buon occhio. Guardate la frutta: è rappresentata nella sua realtà, compresa quella "passata"... prima d'ora la natura veniva rappresentata nella sua massima bellezza..."
E' stupefacente la resa dei particolari, la superficie della pesca, e quanto possa essere bella anche una foglia avvizzita...
"...non c'è differenza tra il cesto e il ragazzo... per lui sono ugualmente importanti..."
Importante sembra essere anche la più piccola piega della sua camicia.

Non sembra una bottega, pensavo, bensì la raccolta di qualche collezionista: un ammiratore forse. Quando ci si para di fronte la conversione di San Paolo...

"Lo sfondo è assente, come quasi sempre, e la scena è drammatica, caotica: le mani davanti agli occhi, il cavallo in movimento... tra le prime opere a figure intere di questo artista..."
Dal vivo il quadro era imponente: ricordavo di aver visto un'altra "conversione", a palazzo Borghese, non ricordo quanto tempo prima, ma era la stessa mano... "questa è più bella!" ho esclamato... ma la nostra guida, redarguendomi con lo sguardo ha fatto notare quanto nell'altra, posteriore, si fosse raggiunta una maggiore maturità: più essenziale, con meno personaggi e certamente più efficace.
Questo artista, ci dice poi, conduce una vita non priva di vizi: dal gioco, alle donne... anche prostitute, che spesso dipinge nel ruolo di Madonne...
Quale accostamento, ho pensato... forse è un "tiro" ai denarosi e cattolici committenti: chissà quante risate alle loro spalle... O forse è ancora una volta la cruda realtà, quella della sua vita, che brutalmente viene riportata sulla tela... e bene e male, sacro e profano si mescolano come in un purgatorio...

Mentre ero assorto nelle mie riflessioni, con gli altri come me rapiti dalla bravura di questo Michelangelo, eccoci ancora ad un'opera commissionatagli:
Non si utilizzano molti colori, e spicca sempre il rosso", notava uno di noi... E' vero, ho pensato.
"La luce, non è mai "reale", le fonti luminose sono molteplici e funzionali":
servono a mettere in evidenza un personaggio o una parte della scena piuttosto che un'altra, rappresentano in qualche modo anche lo stato d'animo che vuol essere trasmesso... e quella luce sull'armatura rivolta verso lo spettatore, quasi a cercare un punto di contatto con lui, ancora una volta lo porta dentro il quadro...
"Quello alla destra che tiene la lanterna è un suo autoritratto..."
Significativo: è lui che mette in luce la scena, ce la presenta... e ancora una volta "ci rappresenta l'attimo"...
Il bacio di Giuda: più guardavo con attenzione i dettagli, che la nostra amica guida sapientemente ci forniva, più comprendevo la grandezza di un pittore che già l'occhio profano aveva intuito...

Le opere si moltiplicavano al nostro sguardo, una più bella dell'altra, e sembrava un cammino nell'arte, fisico ed interiore...

Giuditta decapita Oloferne:
Una scena dalla straordinaria bellezza e al tempo stesso crudele, con ancora una volta il rosso che spicca: questa volta dalla gola di un uomo.
La mimica dei protagonisti è eccezionale: la repulzione della fanciulla che però deve compiere il gesto; l'incitamento dell'anziana ; il volto sofferente della vittima.
Non tante parole di fronte a questa tela, solo ammirazione.
E' il volto dell'anziana che più mi colpisce: i dettagli del suo viso e del viso di altri anziani in altri suoi quadri mi hanno fatto pensare al profondo amore che Merisi deve avere della vita in tutte le sue forme, anche quando la bellezza viene meno per l'azione del tempo. L'anziana, così come quella frutta bacata che avevo visto prima, esprimono una bellezza che va al di là del bello: è la bellezza del reale, la bellezza della vita in qualsiasi forma si presenti.
Solo chi ama smoderatamente la vita può dipingere come Michelangelo Merisi.

"E' latitante, cercato dalle guardie di Malta, rifugiato in Sicilia, poi a Napoli... ma continua sempre a dipingere ovunque vada..."

"La testa di Golia, decapitato, è un suo auto ritratto, forse sente vicino il momento della sua morte..."
Le ultime parole di Barbara mi mettono addosso un po' di angoscia, più di quella testa gocciolante... possibile che l'umanità possa perdere un tale artista a soli 39 anni? Ma è il suo carattere a portarlo in questa situazione... le guardie maltesi lo inseguiranno dovunque e finiranno per ucciderlo per lo sgarbo commesso.
Eppure lo avrei voluto conoscere, avrei voluto vederlo dipingere, creare dal nulla una meraviglia...

Ma forse in questo viaggio tra le sue opere, attraverso la guida di una sapiente accompagnatrice, ho potuto comprendere il suo inferno e il suo purgatorio... nella bellezza dei suoi quadri ho potuto vederne il paradiso... e in qualche modo, Michelangelo Merisi, in arte Caravaggio, io l'ho conosciuto...




P.S.: Non perdete l'occasione di vedere i suoi meravigliosi quadri alle Scuderie del Quirinale: la mostra è aperta fino al 10 giugno ;-)

venerdì 26 febbraio 2010

Un uomo libero...

Un uomo libero non parla con le parole di altri.
Un uomo libero si chiede perché, e cosa c'è dietro le parole della persona che ha davanti, delle persone che scrivono o di quelle che parlano in televisione.
Un uomo libero non si può dire appartenente a nulla se non a sé stesso.
Un uomo libero non è ideologizzato.
Un uomo libero è' partecipe della società in cui vive: non la subisce e scende in piazza per far sentire la sua voce.
Un uomo libero legge molto, si informa dalle fonti che ritiene attendibili, prende atto delle conclusioni di uomini del passato contestualizzandole nel loro tempo e nello spazio in cui sono state concepite, e ne fa tesoro per farsi un proprio pensiero.
Un uomo libero contestualizza sé stesso nella società e nel tempo in cui vive e si sforza di vedersi in una prospettiva terza, fuori da sé.
Un uomo libero non ha tessere di partito, non entra in logiche di partito, in compromessi fatti di interessi molto spesso personali dei suoi vertici e non prende le parti di nessuno per "partito preso".
Un uomo libero vota seguendo, controllando la coerenza di un partito o movimento se fino a quel momento lo ha rappresentato... o partecipa ad un movimento nascente, o ne fonda uno lui.
Un uomo libero non vota il meno peggio, né il voto utile, ma quello in cui crede... perché è meglio perdere la battaglia che non la guerra.
Un uomo libero non ha credi né religioni ma la propria spiritualità, che coltiva ogni giorno.
Un uomo libero è ateo, ma all'uomo libero dà fastidio anche questa definizione, perché lo imprigiona in una categoria.
Per un uomo libero la libertà, anche la tua, è un valore.
Un uomo libero è questo: il proprio pensiero che muta di giorno in giorno, di ora in ora, fino ad abiurare sé stesso...
Se non ti riconosci, pensaci qualche minuto: forse, nel migliore dei casi sei uno schiavo inconsapevole, una vittima del sistema in cui vivi. O forse sei un lucido prigioniero rassegnato, che ha preferito inserirsi nel gregge piuttosto che fare la voce fuori dal coro.
In ogni caso, se questo uomo non sei tu, prendine atto: non sei un uomo libero...


venerdì 19 febbraio 2010

Ecco il Misfatto!!

Ecco il Misfatto!! Il rarissimo numero zero dell'inserto settimanale di satira e maldicenze è nelle mie mani! "L'organo ufficiale dei fomentatori d'odio" sarà nelle mani di tutti a partire da domenica 21 febbraio insieme al Fatto Quotidiano.


Della serie: ridiamoci sopra e una risata vi seppellirà, ecco a voi il Misfatto!
La redazione del Fatto insieme ad una schiera di umoristi e disegnatori ha pensato bene di farci sorridere con un inserto che rifà il verso alla testata ufficiale.
Il logo scimmiotta quello del giornale stesso: il giovane urlatore, nel Misfatto, si trasforma in un colorato, paffuto e irriverente pel di carota con la lingua infilata nel megafono. La scritta poco più in alto del logo non lascia dubbi sulle intenzioni del prodotto: "Organo ufficiale dei fomentatori d'odio"... Ogni riferimento e presa in giro è puramente voluta.
In prima pagina si capisce subito chi sarà oggetto di scherno, ma nel coloratissimo interno, tra una vignetta e l'altra, c'è spazio anche per Morgan (The X Fatto) e un Vespa-plastico del "Salaria Sport Village"... ma non solo. In ultima pagina la "settimanella" di Vergassola e la coppia Berlusconi-Bondi nella vignetta di Disegni (titolo "Igiene Anale").
I mille al teatro Quirino (bello, non c'ero mai stato!) ieri sera hanno potuto godere della presentazione ufficiale di questo inserto godendo della presenza di un Carlo Verdone in gran forma. A Verdone l'onore di essere il primo ospite d'eccezione invitato a scrivere un pezzo sul nuovo settimanale. Lui stesso ce lo racconta tra l'ilarità generale (ma l'articolo è bello e fa riflettere).
Pentiti di aver rinunciato ad una serata del festival di Sanremo? Alla partita della Roma? Alla serata di Annozero? Niente affatto!! (la puntata di Annozero poi me la vedo su www.annozero.rai.it).
Tra un piccolo inconveniente tecnico, un video ed una miriade di bravi e simpatici ospiti, la serata è filata gradevolissima: Disegni dava voce alle sue vignette, Flavio Oreglio alla sua chitarra, e poi giù battute a go-go. Su una mi sono rammaricato al pensiero di non poterla "rivendere": "vorrei gli occhi azzurri per poter vedere tutto il mondo bello come un vastissimo cielo... ma ho gli occhi marroni..." Ospiti d'eccezione, alcuni ragazzi dello staff di Spinoza (www.spinoza.it) che hanno improvvisato: "Brunetta sindaco di Venezia? Non ci rimane che sperare nell'acqua alta..." e interpretato molte loro perle.
Redazione del Fatto al completo, e finalmente si è potuto dare un volto ad alcune "firme", con Luca Telese presentatore della serata... ma, Marco Travaglio dov'è?? Ah già, è ad Annozero, ma sta arrivando. Finalmente raggiunge l'allegra e affiatata combriccola ma... "scusate sono incazzato, reduce da una discussione, bisogna che mi tenga lontano per un pò dalla tv!" ma poi entra nel clima: "Riusciremo ad essere più comici dei personaggi di oggi?? Loro poi sono seri, questa è la cosa grave!". Già, riuscirà il Misfatto ad essere più satirico della naturale e quotidiana idiozia di questa società?
E' dura per i comici di oggi, come ci ricorda Verdone. Ma ridiamoci sopra...



P.S: Per vedere i video della serata vedi qui. Consigliato quello di Verdone ;-)

sabato 9 gennaio 2010

Mondo Facebook: d'importanza sociale.

PROLOGO:

In una "piazzetta" di facebook, dialogo qualunque in un giorno qualunque:


Ale dice: "chiedo scusa se sono noiosa..
Io vorrei parlare di cose carine, di gossip, cose belle insomma .... ed evitare di parlare di questa brutta e antipatica attualità, politica, ambiente, legalità.... moralità...
uffa! questo imperativo morale che mi spinge a farlo è proprio monello e cattivo... eppure anch'io sono cresciuta con mediaset... com'è possibile??... "
Anto risponde: "Ho letto un libro :LA BOLLA, di Curzio Maltese. Spiega come l'Italia sia divisa in due, mezza Italia è piu' felice, perche' vive dentro la bolla, si sente leggero, protetto come un bambino, in un mondo dove sono scomparse le faccende complesse e noiose. Osserva quelli dal basso e ride. Chi guarda la bolla dal di fuori si preoccupa, si incazza, sa che nn è fascismo, ma svuotamento della democrazia diffusa nei palazzi delle istituzioni come nelle teste dei cittadini.
Noioso/a è chi ti osserva dall'alto di quella bolla, incapace di capire quello che succede alla nostra Italia, incapaci di capire che tutto quello per cui hanno lottato i nostri avi sta andando perso, nn sara' semplice uscirne."
Io: "bisogna che lo leggo questo libro..."
ecc...
Alcuni dei concetti di cui parlerò sono validi per l'intera blogsfera, ma Facebook costituisce in sé, per l'impatto e il contributo sociale anche indiretto che ha determinato, un fenomeno di cui vale la pena parlare singolarmente.
Quanti hanno colto l'effetto che questo social network ha avuto nelle nostre vite? Forse pochi.
E quali motivi ci hanno spinto, o spingono molti, ad iscriversi?
Ricercare compagni di scuola, amici persi nei meandri del tempo, mantenere contatti con persone lontane o che si erano già iscritte e ti hanno invitato a farlo: questo ha introdotto i più a questo "mondo".
Ma poi cosa ci ha offerto? Test in tutte le salse, dai più seri (pochi) ai più folli e goliardici, giochi-applicazioni di vario tipo... a volte fino alla nausea e sollecitate dai propri "amici", dove "amico" acquista qui un significato più ampio e generico di quello utilizzato nel quotidiano: spesso è una persona che è entrata nella tua orbita per affinità, ma che non hai mai guardato negli occhi.
Guerra di bande, Farmville, baci, abbracci come se piovesse... chi è in facebook sa di cosa sto parlando e sa anche che a volte il "cazzeggio" può andare a noia:



Dopo un po' che ci si intrattiene in queste attività ludiche, ci si può anche chiedere perché ci si è iscritti, tanto più che la privacy non è il forte di questo network e in fondo se non ci si era frequentati con alcuni in passato ci sarà anche stato un buon motivo!
Ma facebook è altro: ha avuto il grande merito di catalizzare la gente comune, anche quella che con il pc aveva poca dimestichezza, facendo sì che "mondo facebook" diventasse l'estenzione del mondo reale. Spesso il tuo amico era l'amico di un amico, anche perché questo contenitore virtuale si comporta come un vero e proprio animatore che tende all'espanzione e alla condivisione delle amicizie e dei dialoghi. In breve tempo la rete delle tue amicizie si ritrova inaspettatamente ricca, e tu ti ritrovi invece ad invitare altre amicizie del "mondo reale": "ma come, non sei su facebook? Dai che c'è anche Gino, Pino, Lino... te lo ricordi Lino? Su che condividiamo con loro pensieri, video, articoli" e anche il cazzeggio, perché no? Così la piattaforma diventa di volta in volta "via" per un saluto, "piazzetta" per uno scambio d'idee, "piazza" per un dibattito contenente una folla animata da un unico ideale (gruppi), ma sempre costituita da una vastità eterogenea di individui. Al giorno d'oggi, chi ne è fuori si sente tagliato da un mondo che comincia a riversare i suoi effetti nelle strade asfaltate "ma come, non sei su f-e-i-s-b-u-k? non hai saputo di quel gruppo, di quell'iniziativa?" "ehm... no, sigh!".
La connessione di amicizie innesca il potenziale di qualcosa di socialmente più complesso di riflesso agli obiettivi primari che facebook si era prefisso: la conoscenza di persone per affinità di pensiero, lo scambio di informazioni e la contaminazione delle idee che circolano in un moto orizzontale sfuggendo alla "logica verticale" di chi detiene il potere mediatico.
Persone che individualmente evidenziavano un disagio, elaboravano concetti non graditi ai governanti, hanno scoperto di non essere sole ed hanno cominciato a dialogare tra loro organizzandosi, contandosi, promuovendo.

Il brano di una canzone di Silvestri dice:
"L'unico miracolo politico riuscito in questo secolo è che gli schiavi si parlassero, si assomigliassero, perché così faceva comodo per il mercato unico e libero: però così succede che gli schiavi si conoscono, si riconoscono. magari poi riconoscendosi succede che gli schiavi si organizzano e se si contano... allora vincono"
Il miracolo politico involontario di cui parla Daniele Silvestri vale anche per quanto è riuscito a questo social network, che ha visto nascere gruppi di libera informazione là dove in Italia questa cominciava largamente a latitare. Così ecco comparire Informare per Resistere o Informazione Libera... solo due esempi di diffusione d'informazione proveniente prevalentemente da un mondo blogger altrimenti troppo chiuso in se stesso e che invece adesso, grazie a facebook, può raggiungere porzioni di popolazione che non sarebbero mai entrate in contatto con determinati pensieri. Non a caso nasce, cresce, si sviluppa su questa piattaforma il popolo viola.
Non mi dilungherò sul fastidio che questo mondo virtuale (e la sua informazione) sta dando ai politici governanti e non, adottanti da sempre il divide et impera nell'ignoranza generale dei fatti. In genere questi rappresentanti del popolo sono abituati a dare in pasto alla massa bolle di sapone e nel web le bolle scoppiano meglio che altrove. Basti pensare che la rete è mediaticamente demonizzata e la si vuole mettere in briglia quanto prima e con ogni mezzo, questo anche "grazie" all'effetto facebook. Prima di esso il web e il suo potenziale tendeva a rimanere di nicchia, molto raramente era riuscito il passaggio dal monitor alla piazza e se questo era avvenuto era dovuto all'iniziativa di personaggi noti e carismatici.
Quegli "stati", sorta di sms in cui si comunica in facebook: dal proprio umore alle proprie considerazioni, dalle battute alla telecronaca della propria vita minuto per minuto... Quei video: estrapolati in maggioranza da youtube e pubblicati sul proprio profilo... Quegli articoli: pubblicati da giornali o blog... Alcune immagini: proprie o di vignette... Tutte queste cose contengono in seno (insieme al "cazzeggio") un pericoloso virus contagioso e rivoluzionario: il pensiero... e capita prima o dopo di caderci e rimanerne infettati, peggio ancora di diffonderlo!

Se doveste abbandonare la tv, accendere un pc e frequentare facebook... fate attenzione!!



P.S.: il libro del prologo è "La bolla - la pericolosa fine del sogno berlusconiano- Curzio Maltese - Feltrinelli 2009".

P.S.2: Il libro l'ho poi comprato e letto: lo consiglio!

P.S.3: Non conosco nessun Gino, Pino... tantomeno Lino.